

46. Il mito di Napoleone.

Da: E. J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi, 1789-1848, Il
Saggiatore, Milano, 1963.

Come altri grandi personaggi della storia, Napoleone  diventato
una figura mitica, tanto che il suo nome  spesso usato in senso
metaforico per indicare grandezza, potenza, ambizione, genio (un
Napoleone della finanza). A spiegare completamente la
straordinaria potenza di questo mito non bastano n le vittorie
napoleoniche, n la propaganda napoleonica, n lo stesso
indiscutibile genio di Napoleone: partendo da questa
affermazione, lo storico inglese Eric John Hobsbawm analizza le
varie ragioni e le diverse componenti del mito Napoleone.

I lettori pi anziani o quelli dei paesi di vecchio stampo
conosceranno certamente il mito napoleonico cos come lo si vide
perpetuarsi per tutto quel secolo nel quale nessun salotto
borghese era completo se mancava il suo busto, e i libellisti
buontemponi potevano affermare, magari per scherzo, che egli non
era uomo ma un dio-sole. A spiegare completamente la straordinaria
potenza di questo mito non bastano n le vittorie napoleoniche, n
la propaganda napoleonica, n lo stesso indiscutibile genio di
Napoleone. Come uomo era indubbiamente brillante, versatile,
intelligente e pieno di immaginativa, bench il potere lo rendesse
piuttosto scontroso. Come generale non aveva uguali; come capo di
stato dimostrava una superba abilit di progettista, direttore ed
esecutore, e una competenza abbastanza solida da poter comprendere
e controllare quello che facevano i suoi subordinati. Come
individuo, pareva che da lui si irradiasse una sensazione di
grandezza; vero , per, che la maggior parte di coloro che lo
affermano - come Goethe [Johann Wolfgang Goethe, scrittore tedesco
vissuto fra il 1749 e il 1832] - lo conobbero quando era all'apice
della sua potenza, e quindi gi ammantato dal mito. Egli fu
indiscutibilmente un uomo grandissimo, e la sua figura  la sola -
ad eccezione, forse, di quella di Lenin - che qualunque persona,
sia pur di modesta cultura, riconoscerebbe a prima vista nella
pinacoteca della storia, non fosse altro che per la triplice
caratteristica della bassa statura, del ciuffo sulla fronte e
della mano infilata nel panciotto mezzo sbottonato.  una figura
che trascende ogni confronto con quelli che sono stati nel secolo
ventesimo i candidati alla grandezza.
Perch il mito di Napoleone non  basato tanto sui suoi meriti
quanto sui fatti, allora straordinari, della sua carriera. I
grandi e famosi riformatori del passato erano gi in partenza dei
re, come Alessandro, o dei patrizi, come Giulio Cesare; Napoleone,
invece, fu il piccolo caporale che divenne il sovrano di tutto
un continente solo in virt del suo talento personale. Questo non
, a rigore, del tutto vero, ma la sua ascesa fu abbastanza rapida
ed eccelsa da giustificare simile descrizione. Da allora in poi,
ogni giovane intellettuale che fosse un divoratore di libri come
lo era stato il giovane Bonaparte, che scrivesse come lui poesie e
romanzi, del resto piuttosto scadenti, e che come lui adorasse
Rousseau, pot sognare di avere il cielo come confine e corone
d'alloro attorno al proprio monogramma. Ogni uomo d'affari ebbe da
allora in poi un nome da dare alla propria ambizione: diventare -
e ancor oggi viene usato questo detto proverbiale - un Napoleone
della finanza o dell'industria. E gli uomini della strada si
esaltavano vedendo - cosa a quei tempi strabiliante - uno di loro
diventare pi grande di quelli stessi che erano nati per portare
la corona. Napoleone diede all'ambizione il proprio nome, in un
momento in cui la duplice rivoluzione aveva dischiuso il mondo
agli uomini ambiziosi. Ma egli era anche qualcosa di pi. Era
l'uomo civile del secolo diciottesimo, razionalista, indagatore,
illuminato, che aveva per assimilato abbastanza dell'insegnamento
di Rousseau da essere anche l'uomo romantico del secolo
diciannovesimo. Era l'uomo della Rivoluzione, e nello stesso tempo
era l'uomo che aveva portato l'ordine. In una parola, era il
personaggio col quale chiunque avesse dato un calcio alla
tradizione avrebbe potuto identificarsi nei suoi sogni.
Per i francesi egli era anche qualcosa di molto pi semplice: era
il sovrano pi fortunato di tutta la loro lunga storia. Aveva
trionfato gloriosamente all'estero; ma in patria aveva anche
instaurato o restaurato tutto il sistema delle istituzioni
francesi quali esistono fino ad oggi. Vero  che la maggior parte
delle sue idee - forse tutte - erano state anticipate dalla
Rivoluzione e dal Direttorio: il suo contributo personale era
stato di renderle, semmai, pi conservatrici, gerarchiche e
autoritarie. Ma i suoi predecessori le avevano soltanto
anticipate: egli le metteva in pratica. Il grande e luminoso
monumento della giurisprudenza francese, il Codice che venne preso
a modello in tutto il mondo borghese non anglosassone, era
napoleonico. Sua era la gerarchia dei funzionari, dai prefetti in
gi, dei magistrati, delle universit e delle scuole. Le grandi
carriere della vita pubblica francese, l'esercito, i servizi di
stato, l'istruzione; il diritto recano ancor oggi l'impronta di
Napoleone. Egli port la stabilit e la prosperit a tutti, tranne
a quel quarto di milione di francesi che non tornarono dalle sue
guerre: ma ai loro parenti port la gloria. Anche gli inglesi,
certo, avevano lottato per la libert contro la tirannia; ma nel
1815 gli inglesi erano, per la maggior parte, forse ancora pi
poveri, e stavano quindi peggio che nel 1800, mentre quasi
certamente la maggior parte dei francesi aveva migliorato le
proprie condizioni, e nessuno, tranne la massa ancora trascurabile
dei lavoratori salariati, aveva perduto i sostanziali benefici
economici della Rivoluzione. Non vi  quindi nulla di misterioso
nel fatto che, anche dopo la sua caduta, il bonapartismo continu
a costituire l'ideologia dei francesi apolitici, specialmente tra
i contadini pi ricchi. Per dissiparlo fu necessario l'intervento,
tra il 1815 e il 1870, di un secondo Napoleone assai meno grande.
Solo una cosa egli aveva distrutto: la Rivoluzione giacobina, il
sogno di libert, di uguaglianza, di fraternit, il sogno del
popolo che si solleva in tutta la sua maest per scuotersi di
dosso l'oppressione. Ed era quello un mito pi potente del suo,
poich, dopo la sua caduta, fu esso, e non la memoria di lui, ad
ispirare, anche nella stessa patria, le rivoluzioni del secolo
diciannovesimo.
